La splendida contea

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Ci sono alcuni luoghi che, benché concreti e realmente esistenti, talvolta sembrano solo fantasie di terre lontane, perdute nel tempo e nello spazio. La Valpolicella è un po’ così. Molti di coloro che non la vivono quotidianamente la nominano e la conoscono più per il celeberrimo Amarone che non per i paesaggi, le montagne, il cielo cangiante e veloce.

La storia di questo territorio inizia da lontano: nell’era Terziaria le terre procedono a una lenta emersione, che culmina con la glaciazione della successiva era Quaternaria. La fertilità e la ricchezza del suolo sono una importante eredità di questi fenomeni di orogenesi, che proseguono tuttora il loro lento divenire.

La Valpolicella – non inganni il nome al singolare – è composta da tre valli: il progno (letteralmente torrente in dialetto veneto) di Fumane, di Marano e di Negrar. All’interno di questa macro area si trova il suo cuore pulsante: la Valpolicella Classica, quella zona cioè maggiormente vocata dal punto di vista vitivinicolo.

Ma la Valpolicella Classica, a sua volta, è formata da cinque distinte aree geografiche, ciascuna delle quali è in grado di produrre vini caratterizzati in modo differente e definito, anche se tutti si chiamano Amarone. Questa è la ricchezza immensa del nostro Paese, l’unicità e la non riproducibilità di prodotti che nascono nella loro terra e solo lì sono in grado di esprimersi in maniera sontuosa ed ineguagliabile.

Nello specifico: l’area di Sant’Ambrogio in Valpolicella conferisce ai vini caratteristiche di acidità contenuta, buona struttura e tenuta nel tempo.

Intorno a San Pietro in Cariano invece i prodotti si esprimono con potenza e particolari note speziate e balsamiche.

Nella valle di Fumane nascono vini corposi, longevi, dal leggero residuo zuccherino e con nuance floreali.

La vallata di Marano conferisce eleganza per la maggiore altitudine e l’importante escursione termica tra giorno e notte; ne risultano esempi con spiccati sentori di ciliegia e prugna secca, con ottima intensità aromatica e acidità.

Infine la vallata di Negrar offre nettari suadenti, fini, di gran corpo e dal lungo potenziale di invecchiamento.

La zona della Valpolicella è, come detto, strettamente collegata all’Amarone – o forse sarebbe meglio dire agli Amaroni – che rappresenta un’eccellenza a livello non solo nazionale, ma mondiale. In questo senso, la quasi completa sovrapposizione tra i due termini porta in sé alcune conseguenze e degli spunti di riflessione che esulano dal solo ambito enologico, spaziano infatti fino a coprire anche quello socio-culturale. L’identificazione di un intero territorio con un frutto esclusivo della sua natura è di sicuro fascino e costituisce il traino per diverse situazioni: sull’onda dell’Amarone, anche gli altri vini della zona vengono scoperti dall’enoturista, permettendone la valorizzazione; allo stesso modo le cantine minori godono del risalto internazionale che i grandi produttori danno a questo splendido prodotto. Il vantaggio di questo sistema è la generazione di un indotto non trascurabile per un’intera zona attorno al momento enogastronomico. Proseguendo l’analisi dei pro, è chiaro che questa tipologia di attività sia assolutamente valorizzante per un territorio, favorendo una simbiosi armonica tra uomo e natura. Qualcuno dirà che è comunque sfruttamento di quest’ultima ma, al di là di ipocrisie, personalmente preferisco colline ordinatamente vitate alla costruzione di geometriche industrie – i tempi attuali urlano che è finito quel tipo di modernità e progresso, quanto meno per il nostro Paese. L’industria del vino, per sua stessa natura e nonostante strutture per la vinificazione e serbatoi a cielo aperto, guarda al territorio con un occhio più riguardoso di quanto non facciano la maggior parte delle altre attività industriali dell’uomo.

Di contro, è storia che quando un vino è “di moda” può andare incontro a generali cadute qualitative, nel senso che il brand fa vendita più di quanto non ne facciano le caratteristiche organolettiche – Chianti docet. Chiarissime in questo senso le dichiarazioni di Masi, signore dei grandi Amaroni, che sostiene «L’Amarone è oggi minacciato dall’eccessiva produzione, che non tiene conto delle zone vocate e si adegua ai minimi dei parametri di legge con un conseguente abbassamento della soglia qualitativa».

Ciò comunque non va estremizzato, semmai è necessario uno spirito critico da parte del consumatore affinché non consideri tutti gli Amarone portatori di un’eccellenza intrinseca e insindacabile, ma abbia la curiosità di sperimentare e conoscere prodotti di cantine e realtà diverse, in modo tale che il suo giudizio sia scevro da eccessive influenze di marketing. Da par suo il produttore dovrebbe puntare decisamente sulla qualità come obiettivo fondamentale della ricerca identitaria del proprio vino.

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