Mad in China

mandorleLa Cina è la nazione più popolosa del mondo, negli ultimi anni ha intrapreso un cammino di crescita economica paurosa – anche in senso letterale – ed è il terzo stato mondiale per superficie, dopo Russia e Canada. Nel territorio del nord-ovest sono presenti innumerevoli risorse naturali, tra cui oro, argento, rame, stagno, nichel, platino, litio, manganese, alluminio, ferro, sale e borace.

L’Italia conta circa 60 milioni di abitanti, ha un territorio che, quanto ad estensione, non è paragonabile a quello cinese. E anche a risorse naturali non siamo messi benissimo.

Questi due Paesi, però, sono accomunati da una storia millenaria fatta di popoli diversi che si sono intrecciati tra loro nel corso dei secoli, attraverso guerre e imperi, fino a dar vita a due Stati che hanno alle spalle una tradizione culturale e artistica invidiabile, seppur distante e differente.

Oggi la Cina è un Paese in salute, economicamente parlando – anche se aumentano le differenze sociali e i diritti, soprattutto dei lavoratori, sono spesso calpestati. L’Italia non sta affatto bene invece, soprattutto se si confrontano le due situazioni economiche. Sarà per una certa ciclicità, noi il nostro boom economico lo abbiamo avuto anni fa, ora tocca a loro; sarà per la ricchezza intrinseca del territorio asiatico, favorito ineluttabilmente anche dalle sterminate superfici.

Gli italiani però hanno la fantasia, la creatività! E stiamo riscoprendo il valore della tradizione, che se sviluppato a dovere nel contesto della contemporaneità, potrebbe dare frutti molto più succosi dei minerali. La risorsa naturale dell’Italia deve essere la natura stessa, altrimenti non ci sarà competizione.

I cinesi – purtroppo per loro, ma anche per noi – invece non sembrano avere grande estro, anzi fanno un must dell’arte della copia, assai meno virtuosa di quella rappresentata dall’esclusività del tocco d’autore. È di qualche giorno fa la notizia che, non contenti di ricreare ricercate griffe di abiti, accessori e quant’altro, stiano cercando di copiare addirittura vere e proprie città.

Se per ora è solo un puntino sulla carta geografica a sud-ovest di Pechino, nella provincia del Ganzu, a breve – soprattutto conoscendo la laboriosità della popolazione cinese – potrebbe nascere una nuova Parma, con conseguenze disastrose non solo per la vera Parma, ma per l’Italia stessa, visto che l’idea degli occhi a mandorla è quella di ricreare il noto Prosciutto, così da battezzare con il nome della città il salume Made in China, addirittura con tanto di certificazione DOP. Giunge notizia che tali prodotti contraffatti stiano già prendendo piede in alcuni mercati mediorientali. Si consideri che i danni economici per l’Italia, derivanti da contraffazione alimentare, ammontano annualmente a circa 50 miliardi di euro. Oltre al prosciutto, i prodotti che catturano maggiormente l’attenzione della macchina replicante sono Parmigiano Reggiano e pomodoro.

L’auspicio è chiaramente quello di fermare questa tipologia di commercio, assolutamente scorretto e che, se non scoraggiato, potrebbe portare a conseguenze gravi non solo per l’economia, ma per quel romanticismo racchiuso nel concetto di territorialità. Inoltre costituirebbe un punto di partenza allarmante che porterebbe, attraverso lo stratagemma toponomastico, ad una serie infinita di contraffazioni. Oggi il Plosciutto di Palma, domani il Blunello di Montalcino?

Proprio rimanendo in tema enologico, sempre dalla Cina giungono altre cattive notizie. Se l’Europa sta pensando di introdurre dazi sull’importazione di pannelli solari dalla Cina, quest’ultima sta monitorando i movimenti in entrata del vino europeo, con la concreta possibilità di aumenti a livello di tasse in dogana. Occhio per occhio…

Anche in questo caso il danno potrebbe essere pesante, visto che il mercato del vino in Cina è in continuo aumento e in trend positivo da ormai tre anni – il mercato delle bottiglie Made in Italy in Cina è quadruplicato in tal periodo, le esportazioni nazionali in valore sono passate da 19 a 77 milioni di euro, e anche i primi due mesi del 2013 hanno confermato l’andamento, con un aumento record del 42 per cento. L’Italia inoltre deve ancora conquistare la fetta di mercato cinese che le compete, la solita Francia è la maggior esportatrice, con 127,4 milioni di litri nel 2011; mentre il nostro Paese è fermo, per l’anno scorso, a 31 milioni di litri. Non stupisce perciò che Hollande sia sceso in campo in prima persona, a poche ora dalla comunicazione, al fine di difendere l’export di vino francese dai dazi cinesi.

Apprezzabile e inevitabile, in tal senso, la presa di posizione anche del nostro Presidente del Consiglio Enrico Letta – tra l’altro Sommelier diplomato – seppur con lieve ritardo rispetto all’omologo d’oltralpe e al presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso. L’importante, in questo caso, è che non sia troppo tardi, e per ora non sembra esserlo. È fondamentale che la politica si occupi con forza di questo problema, soprattutto in un contesto storico in cui è auspicabile un cambio di modello economico; è impensabile precludere l’ingresso del nostro prodotto per eccellenza in uno dei mercati più floridi del mondo.

Con la speranza che nella funzione del  Primo Ministro, prevalga l’anima del Sommelier.

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