Fattoria Coroncino

coroncinoPercorrendo su e giù i piacevoli declivi della riva destra del fiume Esino, tra le insegne che indicano numerosi produttori di Verdicchio – perché qui il Verdicchio è un’istituzione, è il filo conduttore di generazioni – ne scelgo una di legno.

Qui si è lontani dalla ricercatezza estetica delle strutture e delle colline, peculiari in altre zone d’Italia, così capita che la casa di famiglia sia antistante la cantina, nel più rassicurante dei casa e bottega; e ci si accorge che l’attenzione è tutta rivolta ad un sano pragmatismo produttivo: per qualche singolare processo mentale, mi sento fiducioso.

Cerco qualcuno a cui chiedere se è possibile un assaggio e puntualmente esce dalla cantina un ragazzo alto con la faccia pulita, e un sorriso da cui traspare una disponibilità per nulla scontata. Rientriamo insieme, e mi propone alcune etichette – altre non ne ha…sono state tutte vendute!

La degustazione delle due di Classico Superiore è pienamente appagante, vini diversi ma l’anima del Verdicchio è autentica. Poi il Passito, vino bellissimo e non stucchevole; la retro etichetta riporta anche il contenuto in solforosa (SO2 76 mg/l), che è decisamente al di sotto di quello previsto dal regolamento europeo, e addirittura la metà rispetto a quello previsto per i biologici.

Continuo la piacevole conversazione col mio anfitrione, che mi descrive anche la filosofia aziendale, assolutamente controcorrente, quasi anacronistica. Non ci sono certificazioni biologiche o biodinamiche, ma racconta che i terreni non vengono concimati da anni, sono utilizzati solamente rame e zolfo, ma soprattutto si è attuato un percorso a braccetto con la Natura: inerbimento naturale dei vigneti e controllo delle malattie fungine e insetti attraverso il metodo della lotta integrata e biologica. Anche in questo caso il ritornello è lo stesso: non interessa la formalità della fogliolina del bio sull’etichetta, ma la sostanza di un vino che racconta un territorio e diversi terroir, come diversi sono gli appezzamenti, divisi tra i tre comuni di Staffolo, Cupramontana e San Paolo di Jesi.

Arriva anche Lucio Canestrari, titolare dell’azienda, faccia simpatica e spiccato accento romano. A lui non posso non chiedere per quale motivo avesse deciso, in tempi non sospetti, di intraprendere questo percorso difficile ma affascinante. Risposta: non trovavano giusto dover andare in vigna vestiti da astronauti per proteggersi dagli stessi prodotti che utilizzavano per il governo delle uve, perché è folle dover avere paura di ciò che si usa in un campo e ridurre lo stesso ad una sorta di asettico laboratorio chimico.

Viene da fidarsi del lavoro di questa azienda, e di questa famiglia, che da qualche tempo non ha nemmeno l’enologo, perché dall’equilibrio naturale deriva tutto e non servono troppe alchimie.

“Ma – chiedo – se l’annata non è delle migliori? Se qualcosa va male? D’altronde è anche quello il bello della natura… Come fate poi?”

Lui risponde candidamente che dopo qualche anno di scompenso dovuto al passaggio alla lotta integrata e all’abbandono dei concimi, ora la vigna è stabile e in salute. Poi l’uva entra in cantina, nei contenitori di cemento e in quelli di acciaio e se qualcosa va storto, se ci sono problemi, se magari il liquido in uno dei contenitori non va bene, non si usa, si butta, perché l’importante è fare il vino buono, non è fondamentale la quantità.

La Fattoria Coroncino vuole produrre proprio quel tipo di vino che produce, e per farlo si assume dei rischi e vive consapevolmente con le incertezze del caso. Gustando i prodotti vien da dire che ne vale la pena, e un grazie particolare per avermi rimesso in pace con quel mondo di cui ogni tanto dimentico l’esistenza, dove Madre Natura è libera e non costretta alla catena.

‘Ndo arivo metto n’ segno.

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