Mani di luna

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Con il passare del tempo, e a forza di stappare bottiglie, mi convinco sempre più che le certificazioni siano cosa inutile, o quasi. E questo rende tutto un po’ più difficile, o almeno abbastanza ardua la ricerca di vini non-convenzionali, dovendosi districare tra numerosissimi produttori e norme che lasciano molte libertà e danno poche garanzie.

Poi ogni tanto il caso ci si mette di mezzo e ti da una mano, e tutt’insieme riesci a trovare una cantina di ragazzi giovani che vinificano come i loro nonni, o in maniera simile.

Allora ci si accorge che non è assolutamente necessario cavalcare il mercato come attaccati alle briglie di un cavallo imbizzarrito, ma è pure possibile fare delle proprie regole per far nascere il vino che si desidera o che rispecchi una certa idea…e chissenefrega se non piace proprio a tutti!

Il caso della Fattoria Mani di Luna è uno di questi.

Tre ragazzi giovani decidono di prendere in gestione piccoli terreni per dar vita ai vini che vogliono loro. Nascono in questo modo: conduzione biologica e biodinamica delle vigne – e anche di ulivi e ciliegi – le uve sono vendemmiate a mano in cassette da 18 kg con selezione in vigna, metodi artigianali in cantina, il che significa diraspatura manuale e – udite udite – pigiatura con i piedi, inoltre non sono selezionati i lieviti che daranno luogo alla fermentazione, ma vengono utilizzati quelli autoctoni, cioè quelli che svolazzano attraverso il cielo umbro di Torgiano.

Torniamo un attimo alla questione della pigiatura a piedi nudi. Questa pratica – non una mera citazione cinematografica di Celentaniana memoria – rappresenta un’ottima modalità a basso costo per ottenere una pigiatura soffice delle uve, in modo da estrarre in primo luogo il mosto più pregiato e delicato.

In fine processo non sono praticate filtrazioni e chiarifiche ma il vino, spillato dall’alto viene naturalmente e progressivamente separato dalle impurità, ottenendo un prodotto limpido.

E i solfiti? I tanto temuti solfiti sono aggiunti, ma in quantità così basse da risultare, nel complesso, meno della metà di quelle permesse dal protocollo biologico.

Ma a parte la descrizione più o meno tecnica riguardo i metodi di produzione, vinificazione eccetera, quello che traspare nel parlare con Rocco – proprietario, agronomo, enologo e nostro anfitrione – è la grande passione di un ragazzo giovane per un mondo del vino autentico, quello della fatica e delle sperimentazioni, quello della ripresa e “restaurazione” di viti di oltre trent’anni per la produzione di qualità ma con basse rese.

Poi stappiamo alcune etichette, e il vino nel calice sa proprio di vino…

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