Podere San Biagio

 

Ho incontrato Jacopo per la prima volta in una caotica fiera enologica romana.

Protagonista era il “vino critico”, il vino contadino, agricolo, non commerciale, tanto meno industriale ed omologabile.

Tra centinaia di etichette quelle di Jacopo mi rimangono in mente, quei sapori mi colpiscono, sono estremamente puliti ma non convenzionali.

Ci rivediamo quasi casualmente in un’altra fiera, a Vicenza stavolta.

Riassaggio quei vini. Volevo una conferma di quanto di buono ricordavo, puntualmente arriva. Di nuovo mi colpisce il carattere, l’equilibrio; il fascino della tradizione applicata ad idee decise, giovani e controcorrente.

A questo punto la visita in cantina diventava moralmente obbligata.

Il Podere San Biagio è immerso nelle splendide e per nulla pettinate colline abruzzesi, zona Controguerra.

Siamo accolti da Jacopo e la sua famiglia nella loro azienda, biologica da sempre, produttrice non di solo vino, ma anche di olio e grani antichi. L’atmosfera è piacevolmente informale e libera, domande e risposte senza filtri. La filosofia aziendale è semplice e chiara: il rispetto per il territorio viene prima di tutto, i prodotti sono figli di un’idea che asseconda la natura, non la prevarica.

Ovviamente questo concetto entra prepotentemente anche nelle bottiglie.

La piccola produzione di vino, circa diecimila bottiglie suddivise in sei etichette, è basata su una solida conoscenza enologica, applicata all’idea di un vino naturale ed agricolo: chimica praticamente nulla in vigna e in cantina.

Jacopo ci tiene a dire che viene utilizzata una minima quantità di solfiti, atti a far selezione dei lieviti, seppur spontanei e non inoculati. Si pensi che la quantità totale di solfiti è di circa tre volte inferiore al limite imposto al regime biologico.

Non resta che abbinarli ai piatti sapientemente curati dalla mamma di Jacopo.

In successione assaggiamo tutte le etichette: Passerina, Pecorino, Cerasuolo e vari esempi di Montepulciano in tre etichette.

I bianchi sono precisi, puliti ma decisi, le durezze prevalgono quel tanto che basta per renderli interessantissimi, destano curiosità e chiamano la beva, coccolano il cibo. Ottenuti in iperossidazione, non concedono spazio ai profumi sfacciati che tanto piacciono ai modaioli, ma hanno sostanza ed eleganza. Prima dei rossi il Cerasuolo, signore incontrastato di quella cultura contadina che lo propone fin dalla colazione di metà mattinata. Tradizione prevede di sorseggiarlo con una pizza farcita di pomodoro fresco, peperoni e alici. Autentica colazione di quei campioni che sono i contadini di un’agricoltura calda e di fatica. Affascina anche noi con la sua freschezza.

Inoltre è la perfetta introduzione nei nostri calici delle uve Montepulciano, che si rivelano in tutta la loro potenza con i tre rossi che seguono.

Quest’uva, dequalificata per lungo tempo a causa della filosofia commercialmente diffusa basata sulla produzione di quantità, a scapito della qualità, viene declinata ottimamente da questa azienda, che punta su una ponderata resa in vigna che si riflette in vini decisi, ma non duri, potenti ma non prepotenti. Il tannino è ovviamente ben presente, rotondo e mai nervoso, ingentilito dal sapiente utilizzo di un legno grande ed assolutamente esausto.

Ottimi i profumi e l’equilibrio in bocca, nonostante un’importante presenza alcolica, ben bilanciata però da una piacevole acidità.

Tutte le etichette sono estremamente appaganti, come anche i piatti in abbinamento; ma la loro combinazione conferma la mia idea che il vino e il cibo debbano andare a braccetto, per una reciproca esaltazione; il piatto senza vino non è completo, il liquido deve veicolare il cibo nella cavità orale, solido e liquido si rincorrono fino a fondersi in un unico piacere.

Questi vini, naturali, schietti e per nulla scontati, di genesi agricola, ritengo fermamente siano i più adatti ad accompagnare il pasto, sono quelli che traggono maggior giovamento dal cibo, creando un’eccellente idea di rapporto alla pari, di vicendevole esaltazione.

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